Il titolo del numero di Novembre 2026 di Emergency Medicine Clinics (“Critical Care in Emergency Department“) ci dovrebbe portare a riflettere e fare diverse nuove considerazioni riguardo la nostra disciplina. E in effetti è questo che fa il prestigioso Consulting editor Amal Mattu, dedicando proprio all’inizio dell’ultimo numero della rivista un intero Editoriale su questo argomento.
Amal, una delle principali figure di riferimento per la formazione in medicina d’urgenza, affronta il tema che riguarda Medicina d’Urgenza e Terapia Intensiva, due ambiti piuttosto diversi che nel tempo si sono sempre più strettamente interconnessi, tanto da costringere i medici di Pronto Soccorso ad espandere le proprie conoscenze per acquisire nuove competenze anche in materia di Terapia intensiva.
La questione, spiega nella sua analisi il dott. Mattu, è piuttosto complessa. Sta di fatto che sempre più spesso in Pronto Soccorso vediamo pazienti sempre più critici e che di conseguenza, come medici d’urgenza dobbiamo saperli assistere con rapidità e competenza. Ma è sempre così? Gli studi accademici previsti per la nostra formazione ci hanno preparato a farlo? Dovremmo essere onesti e dire che No, non sempre lo siamo.
Ma analizziamo più a fondo lo scenario
Negli ultimi anni, il numero e la percentuale di pazienti in condizioni critiche che accedono al Dipartimento d’Emergenza sembrano essere in netto aumento e possiamo individuare alcuni elementi che spiegano questo trend.
Il PROGRESSO della MEDICINA
I pazienti con condizioni critiche vivono più a lungo. E’ un fatto. Grazie ai progressi della medicina, i soggetti con condizioni morbose croniche ed evolutive, o sottoposti a terapie complesse, hanno una più lunga sopravvivenza e, quando infine si presentano con una patologia acuta, le loro condizioni sono spesso estremamente gravi.
E chi se ne deve occupare? Noi in prima battuta.
IL SOVRAFFOLLAMENTO E IL BOARDING
La mancanza di posti letto o l’allungamento dei tempi per il trasferimento in reparto dal Dipartimento d’Emergenza, costringe molti di questi pazienti a una permanenza prolungata nei locali del Pronto Soccorso. Anche se questa situazione oramai sembra divenuta normale, la cruda realtà è che i Dipartimenti d’Emergenza non dispongono né del personale né delle attrezzature necessarie per assistere adeguatamente molti di questi pazienti oltre la fase iniziale di valutazione e stabilizzazione in Urgenza.
Conseguenza? I pazienti possono andare peggio. Perché quando va bene va bene, ma quando insorgono complicazioni acute mentre sono in attesa di posto letto, i pazienti potrebbero non ricevere la tempestività o l’intensità di trattamento che invece sono garantite in un reparto di terapia intensiva.
E le statistiche lo dimostrano
Spesso c’è un peggioramento della patologia di base e dell’outcome direttamente correlato al Tempo di permanenza in Pronto Soccorso.
NEL FRATTEMPO … SERVONO NUOVE COMPETENZE
Ci sono tante cose non dovremmo fare noi del Dipartimento d’Urgenza, che non è giusto che accadono a noi operatori e ai pazienti che accedono nei nostri locali, eppure in attesa che qualcuno cambi qualcosa, noi non possiamo ignorare il problema che abbiamo di fronte. Perchè spesso Ignorare equivale a non aiutare.
E lasciatemelo dire, è anche su questo che si fa leva nel mantenere un Equilibrio in bilico da decenni,
E siccome noi comunque le cose “le dobbiamo fare” mai come di fronte a questa realtà che Amal Mattu descrive nel suo editoriale, è emersa la necessità per i medici di medicina d’urgenza di ampliare le proprie competenze in ambito di terapia intensiva. Pensate che negli States l’Accreditation Council for Graduate Medical Education sta promuovendo l’estensione della durata della specializzazione in medicina d’urgenza da 3 a 4 anni, proprio per consentire l’acquisizione di queste competenze aggiuntive.
REFERENCE: Critical Care in the Emergency Department (Emerg Med clinics Nov 2026)
